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Samba Blues è la mia stanza!Samba Blues
Tutto è iniziato a Castrocaro 2004. Prima di allora avevo fatto un cumolo di esperienze. Un singolo autoprodotto alle spalle, uno spettacolo sempre autoprodotto su Buscaglione e tante serate in giro per il mondo. Insomma non male per un cantautore di vent’anni. Ma non mi ero mai domandato chi fossi artisticamente o cosa volessi rappresentare. Più tardi avrei capito che era giusto così. Ma in quei giorni afosi di giugno, nell’entroterra emiliano quel dilemma mi crollò addosso come un macigno. Come trovarsi in aula il primo giorno di scuola senza grembiule o senza merenda. Tutti erano informati tranne te. “Cavolo il grembiule mamma!” Chi fu l’autore di questa catastrofe? Elio Polizzi, il maestro che dirigeva i corsi che precedevano le audizioni. Un talentuoso musicista con non pochi problemi di ego. A me non era antipatico, lo vedevo molto solo. Ma non era tanto popolare tra i ragazzi. Ostentava manie di grandezza. Pensa che alla fine dei corsi se ne usciva dal teatro sugli applausi dei partecipanti guardando in basso ostentando una commozione.
I corsi erano interessanti. Ascoltavamo buona musica. Li senti parlare per la prima volta di Bobby Mcferry, i Manattan Trasfert, i Wheter Report li conoscevo grazie ai dischi di mio padre. Un aneddoto simpatico fu che alla fine di una mia esibizione i collaboratori di Polizzi, i “polizzini”, mi chiesero quale fosse il mio “background”. Era la prima volta che sentivo quell’espressione. Fui vago. Poi capì che si riferivano ai miei ascolti. Uno fece “Tu avrai divorato Jobim” In effetti conoscevo e amavo quelle magnifiche canzoni ma non sapevo chi fosse Jobim. Anche lì fui vago. Dissi “certo”. Insomma era stimolante, ci divertivamo. Ma soprattutto fu la prima volta che sentii parlare di “progetto”. Del fatto che non bastava una voce intonata per convincere, ma c’era bisogno di alto, e quell’altro si chiamava progetto. Polizzi diceva tante cose ma non sempre era chiarissimo. Si soffermava troppo su aspetti esteriori, tecnici. Dizione nel cantato, look adatto, stile musicale unico per tutto un disco. Era straniante. Insomma non mi ero mai posto problemi simili. Non mi guardavo allo specchio quando scrivevo canzoni.
Quel concorso occupò gran parte della mia vacanza. Quell’estate dovevo partire per Cuba ma rinunciai. La musica ha sempre avuto priorità su tutto. Era il mio primo concorso. Arrivai in semifinale. Dai 600 iniziali ritornammo in 50. Si respirava una tensione maggiore, ma nonostante tutto la sera si cantava al karaoke organizzato dai polizzini ma capitava puntualmente che i ragazzi disertavano la sala per riunirsi intorno a me e alla mia chitarra. Qualcuno disse che lo facevo per farmi notare. In effetti Polizzi mi osservò molto. In quelle occasioni suonavo di tutto, da Buscaglioni a Jovanotti, da Battisti a Britti, dai pezzi brasiliani ai classici napoletani. Non lo facevo per fare il fenomeno. Era una deformazione professionale. Ero abituato a soddisfare ogni tipo di pubblico. Ricordo la frase della madre di una ragazza: “Guagliò Castrocaro ‘o stai facendo tu!” che risate.
Il concorso volse al termine. Voci più o meno autorevoli mi davano per favorito ma poi non fui chiamato per la finale, ma questo è altro racconto. Il giorno prima di partire Polizzi nel cercare di propinarmi un corso di orchestrazione alla sua scuola, mi chiese: “Ma tu che vuoi fare nella vita?”. Li non capii la domanda. Insomma eravamo a Castrocaro avevamo filosofeggiato tutto il mese e parlato di musica. Che domanda era? Più tardi capirò che si riferiva a tutte quella varietà di cose che avevo proposto e ai nostri discorsi e alle mie domanda che andavano ben oltre un semplice cantante che sogna di diventare una star. Ma in quel momento però rimasi serio e risposi: “Da grande voglio fare il geometra!” e poi scoppiai a ridere. Lui non rise tanto. Accennò una lieve smorfia acida e se ne andò. Mi sa che non apprezzò la battuta.
Tornato a casa però iniziai a riflettere su tutto quello che avevo ascoltato. E a cercare di capire se avessi un “progetto”. Osservavo i punti in comuni che avessero le mie canzoni. A volte cercavo anche di schematizzarli in piccole tavole tematiche. Spesso però trovavo davvero pochi punti in comune. Le riuscivo ad accorpare a due o tre massimo per categorie. Tipo 2 pezzi in “bossanova”, 3 “melodici”, uno “veloce”. Credo di aver sparso di questi foglietti per tutta la casa. Su post-it ovunque. Amavo alla follia i primi album di Pino Daniele, la melodia degli autori di musica da film come Morricone, Piovani, e poi i grandi classici. Lo swing di Buscaglione e Carosone, la musica brasiliana, l’house tribal, avevo fatto il DJ, e io chi ero? Quante piroette mentali. Mi ricordo che quando facevo ascoltare le mie canzoni ad ascoltatori autorevoli, musicisti non mi bastava il bravo. Chiedevo: “Ma ti sembrano canzoni di uno stesso artista?” Ripensando a quella mia insicurezza sorrido. Non sempre però questo mio bisogno di chiarimenti trovava consigli sinceri. Qualcuno affondava pesante. Ci marciava. Mi disorientava ancora di più. Io però ringraziavo per la sincertà, tornavo a casa e riprendevo il mio percorso. Più tardi sarei riuscito a codificare i consigli sinceri da quelli spinti da altri sentimenti. Un produttore sincero però mi disse: “Pensa a quale scaffale vuoi che il tuo disco occupi”. E che mi aveva detto! Immaginate io nei maxi store a girare come un pazzo fra gli scaffali a fare domanda ai commessi. Un cliente normale chiede: “Dov’è il nuovo di Daniele Silvestri?” Io esordivo con un “ciao piacere Mimì”. Iniziavo con il classico discorso che in posti così grandi mi disorientavo. Amavo i piccoli negozietti, ma con il mio nuovo amico commesso mi sarei sentito a casa. Poi partivo con domande strane. Per esempio su chi fossero le distribuzioni più autorevoli, e se c’erano delle sotto-agenzie locali che portavano i dischi nei negozi. Fino a entrare in confidenza “Ma levami una curiosità. Ma se arriva un disco di un cantautore italiano che ama diversi generi, dove lo metti?” lui “Nei cantautori italiani”. Era quello che volevo sentire. Mi immaginai lo scaffale per ordine alfabetico De Andrè, De Gregori, DE MAIO. WOW.
Samba Blues è il frutto di questo intenso percorso. Ma in fondo è anche il rifiuto a questa etichetta. E’ una definizione che mi do senza precludere nulla. In Samba Blues c’è tutto il mio mondo. È la mia stanza.
Oggi credo neanche Polizzi avesse capito bene cosa fosse un progetto. Non è un genere musicale, un look, delle foto, un myspace, una voce o delle tette e un culo. È un’idea. Che deve essere talmente forte per accompagnarti per tutta la trafila. Che è lunga e non finisce mai. È un mondo che il pubblico sceglie di esplorare. Tu dici palazzo e loro vogliono scoprire gli appartamenti. Tu dici pizza e loro vogliono sentirne il sapore. In questo mondo ci può essere tutto purché sia sincero. Il pubblico non è fesso. È come guardare un quadro originale e il suo falso d’autore. Anche se sono uguali è sempre l’originale che emoziona. Ma sono sicuro che anche se non lo sapessi, sapresti riconoscere l’originale. Perché? Perché nel primo c’è vita e nel secondo no. Il pittore che disegna un uomo, sa cosa sta guardando, e nella bottega sa se c’è gente oppure un artigiano che fa le parole crociate, e in quella finestra chiusa è certo che due amanti si sono addormentati dopo aver fatto l’amore. Ricreare quel mondo senza sapere tutto questo è di polistirolo. È finto. Si sente. È l’intenzione che conta. Ecco il progetto è un’intensione sincera. Perché alcuni artisti risentono a livello di vendite e di apprezzamento dei loro comportamenti privati? Perché si altera quell’idea. Se D’Alessio, che canta l’amore, lascia moglie e figli per una strafiga di 20 anni, il suo pubblico ne risente. Ma se è stato sincero lo amerà più di prima. Se Vasco si fa fino alla morte và bene perché Vasco è trasgressione. È il rifugio di ognuno. È la vita che tutti hanno sognato in preda a una sbronza per almeno cinque minuti. Ma soprattutto se Pino Daniele mi canta di Masaniello nero e dice “nun ce scassate ‘o cazzo” se ne va via da Napoli in una villa Roma, la gente ne risente. “Che diritto ha più lui che ci ha abbandonato” dice. Si intende non muovo critiche agli artisti ma cerco di analizzare quello che rappresentano per la gente.
Questo nessuno me l’ha spiegato, e forse è anche sbagliato ma io ci voglio credere. Perché è sincero ed è naturale. È innaturale darsi dei limiti e dei paletti. La vita è piena di paletti e limiti. È dalla nascita che veniamo addestrati e quelli che si ribellano sono gli emarginati. L’arte è la mia ribellione.
Di domande tipo quella di Polizzi ne ho sentite tante e ne continuerò a sentire. Basti pensare che mi ritrovo a fare il musicista e il giurista, per la forte passione che muovo verso entrambe i campi. Allora credo che Samba Blues vada oltre all’ironico ragionamento di un cantautore. È la celebrazione dell’andare oltre. Di non fermarsi al necessario ma osare. Quindi chiunque mi dovesse chiedere cosa voglio fare da grande, ora e tutta la vita io rispondo Samba Blues. Provate anche voi. È liberatorio.
Scritto da Mimì De Maio in data 30/04/2010 Inserisci un commentoCommentiNon ci sono commenti in questo post. |
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